Neuroni specchio

Neuroni specchio
(Dott.ssa Piernanda Vigliano)

La danzatrice argentina Maria Fux ha ideato il suo metodo di danzamovimentoterapia utilizzando, con l'intuito proprio di un artista, una funzione cerebrale che è stata scoperta e descritta alcuni anni più tardi da un gruppo di studiosi di neuroscienze italiani.

Questa funzione viene descritta come un fenomeno di immediata risonanza in un gruppo di neuroni, che permette a chi osserva un'azione di mettere in funzione nel suo cervello le stesse aree neuronali che si attivano nel cervello di chi compie l’azione; i neuroni coinvolti in questa funzione sono stati chiamati "neuroni specchio".

 

La scoperta è stata effettuata nei macachi utilizzando metodi invasivi (elettrodi intracerebrali), successivamente studi non invasivi sull'uomo (es. studi con risonanza magnetica funzionale) hanno permesso di identificare aree cerebrali analoghe, situate nelle regioni prefrontali e parietali, produttrici di un meccanismo di natura essenzialmente motoria, molto antico dal punto di vista dell’evoluzione umana, caratterizzato da neuroni che agirebbero immediatamente prima di ogni elaborazione più propriamente cognitiva. Nell'uomo questi gruppi cellulari hanno funzioni articolate, capaci di codificare sia il tipo di azione che la sequenza dei movimenti di cui essa è composta e di integrare percezioni visive, uditive e sensoriali senza l'intermediario di aree cerebrali associative (aree alle quali spetta la funzione della cognizione e dell'apprendimento). Questi neuroni possono essere importanti per la comprensione delle azioni di altre persone e quindi per l'apprendimento attraverso l'imitazione; esiste una comprensione della relazione fra individui più immediata, diretta, viscerale legata a particolari circuiti di risonanza, formati appunto dai neuroni specchio.

Sulla base dell'intuizione di queste capacità del nostro cervello Maria Fux ha potuto ipotizzare l'uso del suo metodo con persone diversamente abili:

  • con i disabili motori: "Quella notte (…) sognai di trovarmi in un polmone d’acciaio e che il mio corpo era inerte, sentii la durezza del metallo sul mio corpo e l’impossibilità di muovermi. La mattina seguente (…) mi dissero che quella stessa notte i malati avevano sognato che i loro corpi si muovevano e danzavano";
  • con i non udenti: "Ogni movimento proiettato nello spazio ha il suo ritmo, anche se realizzato senza musica. Ognuno produce ritmo in maniera diversa, personale e creativa. Esprimersi attraverso il corpo è come parlare...Le lezioni integrate di udenti e non udenti, tenute per molti anni, mi hanno fatto capire sempre più l’importanza dell’aspetto non verbale e della possibilità di instaurare rapporti tramite il movimento";
  • con i non vedenti: "Il primo passo fu quello di ispirar loro fiducia nello spazio che non potevano vedere. Man mano che approfondivamo la reciproca conoscenza e i non vedenti acquistavano fiducia in se stessi e nello spazio in cui si muovevano si osservava ancor di più la loro emozione ed allegria. I loro corpi rigidi all’inizio diventarono flessuosi, si abbandonarono al ritmo interno e alla loro fondamentale necessità di muoversi, rimasta sopita per lunghi anni". ....."I volti rispecchiavano quanto il loro corpo, improvvisamente, rivelava loro e man mano cambiavano espressione”.

Quest'ultima osservazione di Maria Fux trova una possibile conferma neurologica in un'altra funzione dei neuroni specchio: la percezioni delle emozioni che scaturiscono spontanee dall'intimo di una persona che danza e che si leggono sul suo volto.

Questo gruppo neuronale ha sede in aree non motorie quali l'ippocampo e la corteccia temporale (studio del 2010 dell'Università della California), sede della memoria e delle emozioni.

Le strutture neuronali coinvolte quando noi proviamo determinate sensazioni ed emozioni sembrano essere le stesse che si attivano quando attribuiamo a qualcun altro quelle “stesse” sensazioni ed emozioni, consentendoci di cogliere il vissuto altrui solo a distanza, per così dire, e tuttavia in una immediatezza e vivacità che fanno del vissuto empatico qualcosa di assolutamente diverso da un ragionamento per analogia (Gallese 2005).

In una seduta di danzamovimentoterapia il conduttore cerca di raggiungere “la possibilità”, il “si può”, proprio dove sembra che ci siano impossibilità o limiti gravi che precludono o riducono la capacità di esprimersi e relazionarsi. Perché tutto questo possa realizzarsi è previsto che la metodologia si attui perlopiù in situazioni di gruppo, attraverso un particolare uso della musica, l’utilizzo di oggetti e materiali, una precisa valorizzazione dello spazio, in modo tale che la presenza degli altri consenta effettivamente di sperimentare la danza come mezzo espressivo e comunicativo di movimenti, gesti, esperienze, emozioni, sentimenti profondi. Questi elementi guidano le persone in un percorso simbolico attraverso immagini fortemente evocative e significative e tra loro coerenti con lo scopo di portare gradatamente le persone del gruppo ad una presa di contatto con il proprio corpo e con lo spazio, alla scoperta e valorizzazione delle proprie innumerevoli possibilità di movimento, al graduale incontro con gli altri attraverso il movimento e alla progressiva trasformazione del movimento in danza.

Si può concludere questo breve scritto con le parole di Marta Graham, che spiega il processo di apprendimento della sua tecnica e che sintetizza meglio di qualsiasi filosofia di imitazione ed interiorizzazione di un movimento e di un vissuto:

I see it,
I feel it,
I understand it,
and I make it

(lo vedo, lo sento, lo capisco e lo realizzo)

 

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